Vi avevo già presentato questo bel libretto di Adalberto Invernizzi, sulle sue esperienze di lavoro in paesi lontani, ora,sperando di farvi cosa gradita, ve ne do un assaggio, presentandovi delle “pillole” del libro.
”
Per un numero di anni che, mi rendo conto ora, è veramente considerevole, ho lavorato e vissuto in cantieri di costruzione in zone remote in Africa, in Medio Oriente ed Estremo Oriente.
Le pagine che seguono sono ricordi di fatti effettivamente avvenuti in questi anni. Intendiamoci bene. Non tutti i fatti sono avvenuti alle persone, nei luoghi e nei tempi riportati, ma sono avvenuti. Alcuni li ho vissuti in prima persona, altri mi sono stati raccontati da amici di assoluta fiducia ed affidabilità. Non ho dubbi quindi che siano veri. Alcuni personaggi poi sono in effetti la somma di più persone, persone che comunque ho effettivamente incontrato.
Il fatto è che tutti gli eventi, vissuti in prima persona, oppure semplicemente raccontati da altri, sono ormai un’unica cosa nella mia memoria e ne fanno una matassa praticamente inestricabile dove è difficile distinguere il filo dal colore deciso e netto di ciò che si è vissuto in prima persona da quello di colore più incerto di ciò che si è sentito raccontare. Devo anche dire che questa mescolanza di colori mi appare persino più interessante e più ricca di sfumature.
Perché poi mettersi a dipanare questa matassa?.
Bella domanda.
Devo dire che ci ho pensato parecchio, prima di mettermi a scrivere queste pagine, ed alla fine mi sono dato questa risposta: mi dava fastidio che questa parte di vita vissuta da me e da altri mi si confondesse in un ricordo sempre più sfocato e senza senso. C‘erano personaggi a cui ero affezionato e mi spiaceva che scomparissero così, senza lasciare traccia. Alcuni di questi infatti erano, e sono ancora, personaggi di tutto rispetto.
Tutti, dal capo cantiere al topografo, dal semplice montatore all’operatore di pala meccanica, mettevano l’anima nel lavoro, ci mettevano creatività, metodo e fame di esperienza. Molti poi avevano una sorta di consapevolezza, magari confusa, che quel che stavano facendo, il ponte, la diga, la strada che contribuivano a costruire, fosse una partecipazione, più o meno importante, ma comunque un contributo concreto alla realizzazione di un “mondo migliore”, anche se detto così sembrano parole grosse.
Quasi tutti sostenevano che non era solo lo stipendio, ancorché lauto, a muoverli e neanche solo lo spirito d’avventura, il desiderio di conoscere paesi nuovi, desiderio che pure era sempre presente.
“Lei non mi crederà, ma piantando questi maledetti picchetti lungo l’asse e le sezioni di questo canale, sono convinto di fare qualche cosa di buono anche per gli altri, per quelli che qui ci verranno a campare una vita magari meno grama proprio per via di ‘sto canale”, mi disse una volta un topografo in mezzo al deserto siriano, dove stava da settimane tracciando una rete di canali per un lavoro di bonifica
Ecco, volevo ricordarmi e raccontare un po’ di questo mondo, fatto di gente che vive e lavora lontano da casa, con i suoi problemi, i suoi interrogativi.
La filastrocca riportata all’inizio, che un cantastorie etiope mi aveva cantato accompagnato dal suo strano strumento a corda, una sera in una locanda nella periferia di Addis Abeba, mi aveva colpito molto. Quelle domande mi avevano seguito sempre ovunque andassi, anche perché non avevo mai trovato una risposta soddisfacente.
Anche per questo ho voluto ricordare e raccontare. Scrivere a volte chiarisce le idee e le fissa.
Un’altra cosa. Consiglierei di dare una scorsa ai cenni storici, prima di leggere il testo. Aiutano a capire la tragicità della situazione nel Sud del Sudan nel quale si svolgono quasi tutti i fatti, situazione che dovrebbe registrare nel futuro un cambiamento radicale con la costituzione, avvenuta il 9 Luglio 2011, dello stato indipendente del Sud Sudan.
LA GARA D’APPALTO
Aprile 1982
Ricordo che quando negli uffici della Società arrivò la documentazione di gara per l’appalto dell’impianto, faticammo non poco a trovare sulle carte topografiche il sito dei lavori.
Sui tavoli dei tecnigrafi (allora si usavano ancora) rovesciati in piano come dei tavoli, erano stese carte topografiche, mappe stradali e geologiche, ed in molti le scrutavamo nella speranza di trovare il luogo sconosciuto e sperduto dove la Società avrebbe dovuto costruire l’impianto, se vincitrice della gara d’appalto internazionale.
“Ma dove cazzo si trova ‘sto posto”, sbottò il geometra P, responsabile dell’ufficio offerte, non proprio quello che si dice un raffinato conversatore ma con un’esperienza professionale di tutto rispetto.
“Se non si trova in culo alla luna a noi non interessa, non ci divertiamo, dico bene ‘ngegnè ?.”
Non aveva tutti i torti.
L’impianto doveva essere infatti realizzato sulla montagne dell’Upper Talanga, nella ”Imatong Central Forest Reserve”, nella regione di Equatoria, nel Sud Sudan. Nel cuore dell’Africa nera.
Difficile trovare a questo mondo un posto più a Sud del Sud Sudan. Difficile trovare un posto più arretrato anche dal punto di vista delle condizioni di vita o di sopravvivenza ma anche più interessante, se è per questo, dal punto di vista della fascino dei luoghi. Le due cose spesso vanno di pari passo d’altronde.
Perché poi, effettivamente, tutti i lavori che ci capitavano fossero, come diceva il geometra, “in culo alla luna”, questo non l’ho mai capito. Di fatto era così. Ci eravamo specializzati in lavori in luoghi remoti e disagiati ed un cantiere facilmente raggiungibile, normale, non ci capitava neanche per caso.
In Nigeria avevamo costruito case, acquedotti, impianti vari, sul Mambilla Plateau, 2.000 metri di quota, dodici ore di Land Rover per raggiungerlo dal luogo abitato più vicino e, se era piovuto, il che nella stagione delle piogge succedeva ogni giorno, ce ne volevano ventiquattro di ore. Ventiquattro ore su strade argillose o in Laterite[i] che diventavano scivolose come fossero di sapone
[i] Laterite. Dal latino later, mattone. E’ una formazione di superficie presente in aree tropicali a clima caldo-umido, ricca di ferro e alluminio, che si sviluppa con la meteorizzazione intensa e di lunga durata della roccia madre sottostante. La presenza di ossidi di ferro, è all’origine del loro colore rosso-marrone. La laterite tipica appare porosa e simile all’argilla.
Lungo il percorso trovavi villaggi sperduti di capanne di paglia e fango, dove non avevano ancora scoperto i pantaloni e la camicia e si diceva che in certi periodi dell’anno facessero ancora sacrifici umani. Lo strano era che i pantaloni non li avevano ancora adottati ma la bicicletta sì. A sera, spesso, potevi vedere lungo le strade sterrate che collegavano un villaggio ad un altro, in mezzo al bush[i] o alla savana, un omino in bicicletta, col perizoma o gonnellino, con la lancia legata alla canna della bicicletta, l’arco e le frecce a tracolla, che si dirigeva al luogo prescelto per la caccia. Sperava di portare a casa qualche francolino, una pernice, una lepre e far fare alla numerosa famiglia una cena migliore.
Tra l’altro in questi posti ti capitavano talvolta anche piacevoli, assolutamente imprevedibili, sorprese. Ad esempio, in uno di questi villaggi lungo il percorso per il Plateau, avevo avuto la ventura di mangiare, per la prima volta in vita mia, un meraviglioso stufato d’asina, squisita specialità di Parma.
Le cose erano andate così. Nei pressi del villaggio il governo nigeriano aveva commissionato ad una società parmense, rinomata nel settore del macchinario per la produzione del concentrato di pomodoro, una piantagione di pomodori ed una fabbrica di concentrato, appunto. La piantagione veniva realizzata sotto la supervisione di un agronomo che risiedeva nel villaggio per buona parte dell’anno, sorvegliando la crescita dei preziosi pomodori.
Passavo periodicamente di lì ogni volta che dovevo raggiungere il Plateau per la visita di supervisione dei lavori che la Società stava eseguendo lassù e spesso interrompevo il viaggio per una visita all’agronomo. Tipo alto, magro, sempre abbronzato, e vorrei ben vedere con la vita all’aria aperta che faceva, sui quarant’anni, lo sguardo leggermente assente di chi è abituato a stare sempre da solo, la prolissità nel parlare di chi è abituato a stare sempre zitto. Marcato accento parmense.
Nella sua villetta si era circondato del necessario per vivere il più agiatamente possibile. Una fornita raccolta di cassette di film e musica, vari frigoriferi pieni di ogni leccornia europea, generatore elettrico, bottiglie di vino italiano, una ‘domestica’ tuttofare, una bella yoruba[i] dagli occhi neri come perle nere e dalla pelle vellutata dai riflessi viola. Inoltre, allevava con cura, a scopo puramente culinario, un’asina ed un paio di gazzelle alle quali dava da mangiare le cose migliori, in attesa che arrivassero al peso ottimale.
Una sera, in transito verso il Plateau, ospite suo, “vè mo chi” , mi disse, “che stasira at fag mangier quel da alchert i did”, stasera ti faccio mangiare qualcosa da leccarti le dita, e mi venne servita questa prelibatezza: lo stufato d’asina. Eccezionale.
In Etiopia avevamo lavorato nell’Illubabor Region e nella Kaffa Region. Anche qui giornate di viaggio da Addis Abeba, in mezzo ai monti, incontrando pochi sperduti villaggi
Catene di montagne che si perdevano nell’azzurro del cielo. Lungo le strade sterrate qualche viandante con il caratteristico bastone, o con un vecchio fucile, spesso il nostro vecchio modello ‘91, lascito della nostra passata presenza civilizzatrice, messo di traverso sulle spalle a sostenere le braccia allargate, come in croce.
Adesso ci toccava il Sud Sudan. L’Imatong Central Forest Reserve. Mica scherzi in fatto di remoteness.
Per i vecchi africaners che sono ancora lì a rimpiangere la vecchia Africa coloniale (sembra strano ma se ne trova ancora qualcuno), tipo: “Eh! La savana incontaminata, eh! la foresta vergine, gli animali allo stato brado che potevi cacciare, la caccia grossa, gli indigeni selvaggi, ecc. ecc.”, il Sud Sudan è rimasto l’unico pezzetto di Africa ancora a quello stadio.
In Kenya ti mettono in prigione se ti trovano con un pezzetto d’avorio grande come una biglia. Non parliamo della caccia grossa. Abolita totalmente. Ma non solo quella cosi detta ‘grossa’ ma anche quella ai volatili, alle pernici, ai francolini. E gli indigeni selvaggi?
[i] Yoruba. Tribù nigeriana del Sud Nigeria. Gli Yoruba sono un vasto gruppo etno-linguistico di circa 40 milioni di persone diffuso nell’Africa occidentale. Sono presenti soprattutto in Nigeria (costituiscono il 30% della popolazione nigeriana), ma anche in Benin, Togo e Sierra Leone. Nel periodo della tratta degli schiavi molti abitanti di queste regioni furono deportati nelle Americhe; si trovano comunità riconducibili al gruppo Yoruba anche in Brasile, Cuba, Porto Rico, Trinidad, nei Caraibi e negli Stati Uniti.
La religione tradizionale Yoruba è complessa e dotata di un ricco olimpo di divinità. Dal XIX secolo in poi, gli Yoruba si sono in gran parte convertiti al Cristianesimo (e in misura minore all’Islam). Tuttavia, una porzione significativa della popolazione Yoruba continua a praticare in qualche misura i culti tradizionali.
Durante il periodo coloniale e lo schiavismo la religione tradizionale Yoruba si è integrata con il cristianesimo e con le mitologie dei nativi americani. Questa combinazione ha dato luogo a numerosi nuovi culti, fra cui spiccano: Santería (Cuba, Porto Rico), Candomblé (Brasile), La religione Yoruba è anche uno degli ingredienti (insieme a molte altre influenze) della religione Vodun di Haiti, a cui è correlata la pratica del Vudù.
[i] Bush. Boscaglia. Macchia. Terreno a macchia, zona selvaggia.
.…ecco finora accontentatevi di questo, pubblicherò ancora qualche stralcio, ma , a questo prezzo, comperatelo..
Pagine tratte dall’eBook «Il Bulldozer e lo Stregone della Pioggia» di Adalberto Invernizzi (Simonelli Editore, € 3,99)
© Worldwide Copyright Simonelli Editore srl
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